LA DIFFERENZA TRA “LAVORARE” E “ESSERE AL SERVIZIO”

In questi giorni mi sono chiesto che cosa volesse dire veramente “essere al servizio”. Credo sia un concetto che siamo abituati a considerare soprattutto in ambito professionale o nell’ambito del volontariato umanitario, ma che ci sfugge quando pensiamo di dover “aiutare gli altri” a tutti i costi, o quando ci sentiamo sfruttati e sottopagati. In quest’ultimo caso può essere che stiamo facendo confusione tra “essere al servizio” e “lavorare”.

Nelle settimane precedenti ho letto molti articoli riguardo alla questione “lavorare gratis”.  Queste discussioni e conseguenti divergenze, che si tramutano poi in divisioni radicali su questo argomento credo abbiano alla base questo fraintendimento.

tempi-moderni

Una cosa è “lavorare”, e quindi quello che possiamo chiamare “occupazione”: offrire a qualcuno il nostro tempo, il nostro talento e le nostre energie in una o più attività, in cambio di un riconoscimento economico, in modo così da badare materialmente ai propri bisogni, soprattutto quelli primari, e quindi ad avere un tetto, un letto, ad avere da mangiare per noi e per la nostra famiglia, e ad avere del denaro sufficiente per mantenere tutto questo. Il lavoro, o l’occupazione, dovrebbe essere il motore che dà energia a tale sistema vitale.

Altra cosa, invece, è “offrire il proprio servizio”. Ciò significa investire parte del proprio tempo e delle proprie energie in maniera disinteressata con la finalità di portare avanti, da soli o con altri, un progetto, una causa, un valore. Ad un primo livello di comprensione, non credo importi “a chi” fai servizio, ma importa l’intento con cui lo fai e la qualità di quello che stai facendo, quindi “come” lo fai. Si potrebbe dire che, lavorando per portare a casa la pagnotta, sei al servizio di te stess@ e della tua famiglia. Il rapporto che si ha con il capo e con i colleghi è un rapporto di lavoro, non è un servizio. Poi, se credi così tanto nei valori del tuo lavoro che ti senti felice nell’essere anche al servizio dei tuoi datori di lavoro, della tua azienda o dei tuoi colleghi buon per te! Non sempre queste due cose coincidono: e proprio per questo facciamo fatica a pensare di metterci al servizio senza considerarci sfruttati. La cosa importante, comunque, credo sia incominciare a separare questi due livelli.

Datore di lavoro

Ad un secondo livello di comprensione, se proviamo ad entrare in quest’ottica,penso che ci si debba chiedere: “A chi o a che cosa sto offrendo il mio servizio nella mia vita?”. Confido che dentro ognuno di noi ci sia la capacità di discernere se quello che stiamo facendo sia qualcosa di “elevato”, o se invece è da considerarsi come qualcosa che ha a che vedere con le basse sfere dell’umano.

Madre-Teresa-de-Calcutá1

In vita mia mi sono spesso messo al servizio in diverse situazioni: ho dedicato il mio tempo e le mie energie in maniera volontaria per molti progetti ed in diverse occasioni. La mia esperienza è che, se fai spontaneamente più di quello che ti viene richiesto, e se riesci a farlo allegramente, perché solo il fatto di farlo ti ripaga dello sforzo e della fatica investiti, allora succede il miracolo, e tutto ti ritorna. Certo, magari ti ritorna in maniere che tu neanche immagini, ma quando ti ritorna non puoi fare altro che ringraziare. Le volte che invece facevo confusione tra il lavoro ed il servizio, tutte le mie energie si consumavano nel fare qualcosa in cui non credevo, e alla fine mi sentivo sfruttato, non riconosciuto ed ingiustamente sottopagato.

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